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"L'attesa dell'attesa" di Mino Pica (Giovane Holden Edizioni, 2008)
Otto e mezzo di Federico Fellini
1. La Dolce vita 1960 di Fellini
2. Il Padrino Parte II 1974 di Coppola
3. Underground 1995 di Kusturica
4. Pulp Fiction 1994 di Tarantino
5. Kill Bill Vol II 2004 di Tarantino
6. Amarcord 1973 di Fellini
7. Il Padrino, parte I 1972 di Coppola
8. Il dottor Stranamore 1964 di Kubrick
9. Roma citta aperta 1945 di Rossellini
10. Otto e mezzo 1963 F. Fellini
11. Kill Bill Vol I 2003 Q. Tarantino
12. 2001: Odissea nello spazio 1968 di S. Kubrick
13. Le Iene di Q. Tarantino
14. Taxi driver 1976 di M. Scorsese
15. Matrix 1999 di A. Wachowski
16. Il grande Lebowski 1997 di Joel e Ethan Coen
17. Full Metal Jacket 1987 S. Kubrick
18. Il Sorpasso 1962 di D. Risi
19. Dark City 1998 di A. Proyas
20. Il pianista 2002 Polanski
La critica dell'epoca, al film di Federico
" Come cinegiornale, il film è splendido: divertente e tragico, mosso e svariante. E' nella sua estrema libertà di composizione, ricchissimo: senza principio né fine, così stratificato, è lungo tre ore e potrebbe durarne due o sei. Immagine del caos, sembra caotico ed è calcolatissimo; e il suo linguaggio è tenero e aggressivo, smagliante e profondo. Infallibile, viene la tentazione di dire: quasi che il dinamico e pittoresco barocchismo di Fellini avesse raggiunto - non sembri una contraddizione - un classico rigore." (Morando Morandini, "La Notte", 6 febbraio 1960).
"Pur tenendosi costantemente a un alto livello espressivo, Fellini pare cambiar maniera secondo gli argomenti degli episodi, in una gamma di rappresentazione che va dalla caricatura espressionista fino al più asciutto neorealismo. In generale si nota un'inclinazione alla deformazione caricaturale dovunque il giudizio morale si fa più crudele e più sprezzante, non senza una punta, del resto, di compiacimento e di complicità, come nella scena assai estrosa dell'orgia finale o in quella della festa dei nobili, ammirevole quest'ultima per sagacia descrittiva e ritmo narrativo." (Alberto Moravia, L'Espresso", 14 febbraio 1960).
" C'è una certa monotonia, sia pure assai colorita, di tipi, di scorci, di accenti. Se codesta monotonia fosse stata soltanto apparente, e allora calibrata in un suo ritmo rigoroso, dalla sordina sempre più ossessiva, tutto ciò avrebbe potuto avere un'altra sua non meno straordinaria efficacia. Così, invece, i tipi si stingono talvolta l'uno sull'altro, o si ricalcano. Dovrebbe giustificarli un loro minimo comun denominatore; ma questo è così esplicito che, lungo il cammino, per forza di cose si attenua, e si fa risaputo." (Mario Gromo, "La Stampa", 6 febbraio 1960).
" Il film - uno dei film più terribili, più alti. e a modo suo più tragici che ci sia accaduto di vedere su uno schermo - è la sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni della nostra epoca, e il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medioevali, balla con la Morte e non la vede, è la "commedia umana" di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in "mostri" senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene." (Gian Luigi Rondi, "Il Tempo", 5 febbraio 1960).
Stanotte su rete4 han trasmesso "La Dolce Vita" di Fellini, grande Federico!
"Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista"

Federico Fellini su La Dolce Vita
Non mi piacerebbe sentir dire che ho tentato di stupire, che voglio fare il moralista, che sono troppo autobiografico, che ho cercato nuove vie. Non mi piacerebbe sentir dire che il film è pessimista, disperato, satirico, grottesco. E nemmeno che è troppo lungo. La dolce vita per me è un film che lascia in letizia, con una gran voglia di nuovi propositi. Un film che dà coraggio, nel senso di saper guardare con occhi nuovi la realtà e non lasciarsi ingannare da miti, superstizioni, ignoranza, bassa cultura, sentimento. Vorrei che dicessero: è un film leale. La base del discorso presuppone un certo tipo di angoscia che non arriva alla coscienza di tutti. Lepisodica invece è molto spettacolare, attinta comè da una cronaca che ha interessato, commosso, irritato, divertito il pubblico&Penso che La dolce vita possa venir accettato come un giornale filmato, un rotocalco in pellicola. Sono anni che i settimanali vanno pubblicando queste vicende. Si tratta, in fondo, di casi umani già tradotti in forma di spettacolo. Il rotocalco è già una forma di rappresentazione del mondo contemporaneo. Il film non ne costituisce che un prolungamento personale&Che cosa può fare Marcello, il protagonista del film? In questa domanda è già implicita una risposta: può guardarsi attorno con occhio asciutto e con amore. E con una certa misura di divertimento nel vivere.
(Federico Fellini)
